Ci siamo occupati più volte della mancanza di tutele reali per le donne che desiderano la maternità. Nel caso descritto la correlazione tra mobbing e maternità ha portato alla depressione della dipendente
Fonte: https://www.fanpage.it/ – articolo di Gabriella Mazzeo – 4/2/2026
Link all’articolo completo: https://www.fanpage.it/attualita/mobbing-al-lavoro-dopo-aver-chiesto-di-andare-in-maternita-anticipata-ho-sofferto-di-depressione/
Sintesi della redazione Risorsa
Chiara (nome di fantasia ndr) ha raccontato a Fanpage.it di essere stata sottoposta a mobbing dopo che, nel 2018, si era rifiutata di falsificare un certificato per la maternità anticipata come le era stato chiesto dai datori di lavoro. Il mobbing sarebbe andato avanti fino al 2025, quando è stata costretta a lasciare il lavoro.
“Per un anno ho sofferto di ansia e attacchi di panico dopo aver dovuto lasciare il lavoro. Tutto è iniziato da una maternità anticipata che non mi hanno voluto concedere: da lì è stata una spirale di mobbing e dispetti”. Chiara è mamma di due figli di 7 e 4 anni, che per oltre 9 anni ha lavorato in una grande catena. commerciale. “Ho ancora molte difficoltà a parlare di quel posto. Ho cercato di andare avanti e chiudere quel capitolo della mia vita dopo il mobbing che ho subito, ma restano molte cicatrici psicologiche”.
Tutto inizia nel 2018, quando Chiara resta incinta per la prima volta. “Lavorando in un negozio passavo molto tempo in piedi, così mi sono informata per capire cosa potessi fare. La legge 151 mi avrebbe permesso di chiedere la maternità anticipata, così ho comunicato ai miei datori di lavoro le mie intenzioni. Mi hanno chiesto di portare un certificato di gravidanza a rischio che sarebbe stato chiaramente falso, così mi sono rifiutata”. La legge 151/2001, infatti, permette alle lavoratrici di chiedere la maternità anticipata anche in caso di impieghi gravosi e rischiosi per la salute e per la gravidanza, anche se non vi sono complicanze mediche in senso stretto. Tra questi impieghi, vi sono quelli che prevedono il sollevamento di pesi o mansioni da svolgere in piedi per oltre il 50% del turno di lavoro. Chiara avrebbe potuto avvalersi della norma, lavorando solitamente per molto tempo in piedi in negozio, e dopo essersi informata aveva provato a chiedere ai datori di lavoro.
“Loro volevano un certificato di gravidanza a rischio, ma non era quello il caso – ha ricordato -. Il mio lavoro era considerato gravoso per la mia condizione, quello che chiedevo era a norma, mentre il certificato che avrebbero voluto loro, no. Mi sono rifiutata e mi sono rivolta all’Ispettorato del Lavoro che è intervenuto. Davanti alla possibilità di essere multati o denunciati, mi hanno concesso la maternità anticipata ma da lì la mia vita lavorativa è diventata un incubo tra mobbing e dispetti”.
Al suo ritorno dalla maternità, racconta Chiara, i datori di lavoro avrebbero iniziato a non corrisponderle lo stipendio, pagandola al limite dei 60 giorni, mentre ai colleghi lo stipendio veniva regolarmente corrisposto il 10 del mese, il limite per il contratto nazionale per il commercio. “Ho dovuto rivolgermi a un avvocato e siamo andati avanti così fino a quando il mio legale non si è fatto sentire con l’amministrazione. A quel punto hanno iniziato a pagarmi regolarmente, ma si sono rivalsi sulle ferie. Se chiedevo il lunedì di ferie, per esempio, il giovedì prima mi dicevano che non era possibile concedermele. Anche queste cose mi hanno fatto cadere in depressione
